Rimini, estate 1968. L'ingegnere bolonnese Giorgio Rosa, al grido di “socmel ben fìn in pont!”, decide di costruire un isolotto artificiale al largo di Viserbella e autoproclamare l'indipendenza dallo Stato italiano, l'utopia libertaria trova finalmente una patria. Sull'isolotto è permesso girare nudi e mettersi le dita nel naso (e non solo), ad intervalli regolari il Rosa in persona coadiuvato da due subcomandanti provvede ad assaltare le coste riccionesi per fare razzia di turiste tedesche e film di Federico Fellini, sulla piattaforma, poeticamente ribattezzata “Isola delle Rose”, non esiste infatti copyright e vige la più assoluta libertà sessuale, i cittadini stessi provvedono da soli al loro mantenimento dedicandosi alla pesca della mucillagine. Il Rosa costruirà perfino una Rolls presidenziale e una moto Guzzi V35 Imola che però rimarranno fatalmente bloccate all'interno della costruzione per via della cronica mancanza di strade asfaltate, disagio abbondantemente compensato dall'assenza di qualsiasi balzello autostradale. Ma il sogno svanisce quando nel febbraio del 1969 lo Stato fascista e oppressore decide di abbattere la piattaforma e manda in loco una motovedetta della regia marina italiana provvista di cannoniere Caproni-Macchi da 18 mm, per l'Isola delle Rose è la fine. Una mattina più brumosa delle altre, complice un garbino insidioso e un minimo barometrico che avanzava in direzione orientale, l'intervento salomonico di madre natura affonda i resti della piattaforma prima che la marina abbia completato la demolizione: addio sogno di pace e di libertà, in culo ai militari.
Fonte: http://bologna.repubblica.it/multimedia/home/6738005/1
