forma mentis


(ho bisogno di socializzare)
sabato, maggio 10, 2008

PFD/31. John Locke

(philosophy for dummies)

John Locke, nato a Wrington (presso Boston, Inghilterra) nel 1632. Pare ebbe più fortuna del suo collega Hobbes, con il quale condivideva l'impostazione empirista ma non quella politica; è universalmente riconosciuto come un precursore della moderna società liberal-democratica.

Tabula rasa. Anche Locke è un empirista perché non ammette che nella coscienza possano esistere nozioni che non provengono dall'esperienza: la mente nasce vuota, alla nascita è come una tabula rasa in attesa di venire incisa, come una stanza vuota in attesa di venire arredata (dagli eventi). Locke polemizza con Cartesio quando si impegna a mostrare come nella mente degli uomini non possano esistere nozioni innate, cioè idee universali che sono presenti in tutti gli uomini e impresse come marchiature prima della nascita, e gli argomenti che utilizzerà contro l'innatismo costituiranno la base della sua visione politica.

Alba del relativismo. Dire che esistono idee innate equivale a dire che esistono verità che sono assolute e universali, poiché sono presenti identiche in tutti gli individui. Si riteneva che queste idee innate fossero innanzitutto l'idea di Dio e delle regole della matematica e della geometria (le regole della logica), ma Locke farà notare come i bambini e i pazzi non possiedono alcuna nozione chiara e distinta di Dio o delle regole della geometria e della logica, e farà notare come nelle società umane non esistono principi etici e morali condivisi da tutti, ma una infinita varietà di usi e costumi che non denotano per nulla l'esistenza di una verità universale. Piuttosto, “nulla vi è nell'intelletto che non sia stato prima nella percezione”, ovvero gli uomini sono spugne che si imbevono delle diverse esperienze che fanno: prima viene l'esperienza, e poi l'idea elaborata dell'esperienza (a diverse esperienze, diversi principi etici e morali).

Istinto sociale e proprietà. In polemica con Hobbes, il quale vedeva la società come la risposta alla minaccia dell'anarchia e considerava gli uomini sostanzialmente dei lupi selvatici che abbisognano di museruola, Locke afferma che l'uomo è tendenzialmente portato alla socializzazione. La società è un istinto naturale ed è già presente nel nucleo semplice della famiglia, in particolare gli uomini non cedono allo stato la loro libertà e i loro diritti (come intendeva Hobbes), piuttosto formano uno stato per vedere tutelati la loro libertà e i loro diritti. La ragione essenziale per cui gli uomini entrano in società è la conservazione della proprietà, lo stato che nega o toglie la proprietà all'individuo senza il suo consenso è dispotico e a questo tipo di stato il cittadino ha ben diritto di ribellarsi (Hobbes invece teorizzava l'impossibilità dei sudditi di ribellarsi al Leviatano, pena il ritorno all'anarchia). In quest'ottica Locke teorizza la separazione dei tre poteri, il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario, nessuno può porsi al di sopra della legge, lo stesso legislatore deve attenersi alle regole (parrebbero cose scontate, ma ai tempi evidentemente non lo erano).

Lo Stato è, a mio modo di vedere, una società umana costituita unicamente al fine della conservazione e della promozione dei beni civili. Chiamo beni civili la vita, la libertà, l'integrità fisica e l'assenza di dolore, e la proprietà di oggetti esterni, come terre, denaro, mobili e così via.”

(ma qui onestamente non si capisce come una volta spiegato che non esistono idee innate si ammetta l'esistenza di un istinto naturale, e quindi innato, alla socializzazione).

Più tolleranza per tutti (eccetto che per...). In questo tipo di società in cui non esistono verità universali, ad ogni cittadino deve essere necessariamente garantita la libertà di culto. Come argine alle tentazioni del fanatismo è bene che Stato e Chiesa siano divisi e ben separati:

D'altra parte, affinché nessuno copra la persecuzione e una crudeltà poco cristiana con il pretesto della sollecitudine per lo Stato e dell'osservanza delle leggi [...] ritengo che si debba innanzitutto far distinzione tra materia civile e religiosa e che si debbano fissare convenientemente i confini tra Chiesa e Stato”.

Solo occorre vigilare su quelle sette e religioni che si pongono come una minaccia all'integrità dello Stato, ma soprattutto occorre vigilare sulla più grande minaccia di tutte, la quale non può assolutamente essere tollerata:

non devono in nessun modo essere tollerati coloro che negano che esista una divinità. Per un ateo, infatti, né la parola data, né i patti, né i giuramenti, che sono i vincoli della società umana, possono essere stabili o sacri; eliminato Dio anche soltanto con il pensiero, tutte queste cose cadono. Inoltre, chi elimina dalle fondamenta la religione per mezzo dell'ateismo, non può in nome della religione rivendicare a se stesso il privilegio della tolleranza.”

(di nuovo la sacralità come valore stabile e necessario, quindi universale, quando si era detto che non esistono cose che possiedono il carattere dell'universalità).

Peccato, perché sulle prime Locke sembrava anche intelligente.

postato da formamentis alle ore 22:49 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


mercoledì, aprile 16, 2008

PFD/30. Thomas Hobbes

(philosophy for dummies)

Thomas Hobbes (1588-1679), nato a Malmesbury, nel Wiltshire, in Inghilterra: un tipaccio. Sostiene posizioni ultramaterialiste per escludere dalla conoscenza razionale qualsiasi tentazione di metafisica, derubricandola a “favola”. Così gli danno dell'ateo: a suo avviso, le costruzioni astratte della metafisica finirebbero per rendere l'uomo schiavo di precetti morali immateriali, cioè come infusi dal cielo, permettendo alle autorità ecclesiastiche di ergersi al di sopra delle leggi civili, senza averne il diritto (ma trattasi di exit poll, non cantate vittoria).

Materialismo assoluto. Per eliminare la tentazione di assumere come principi di condotta civile leggi metafisiche indimostrabili scientificamente, Hobbes afferma che i corpi sono i soli oggetti possibili della ragione. Non esiste conoscenza più certa dell'apparire e del manifestarsi dei corpi, e del loro movimento. Tutto è materia, i corpi certamente, ma anche l'anima: trattasi di sensazione fisica derivante dagli organi di senso titillati dai movimenti. Di più, polemizzando con un vescovo, Hobbes si spingerà a dire che chi sostiene che Dio è immateriale lo fa più che altro per prosopopea, perché dire che Dio è immateriale equivale a dire che non esiste. Per questo ad Hobbes appare chiaro che l'unica filosofia che sia degna di questo nome segue al millimetro il nuovo metodo scientifico, quello di Galileo in particolare, il quale, occupandosi di dinamica dei corpi, fornisce ad Hobbes proprio gli argomenti che fanno al caso suo.

Linguaggio macchina. L'uomo è animale dotato di ragione, la ragione è in sostanza previsione, valutazione del futuro sulla base dell'esperienza, approntamento dei giusti mezzi in previsione dei fini. La ragione necessita di un linguaggio, cioè di un codice di segni che permetta di computare i significati in modo aritmetico. Pensare è computare: Una volta ridotto il pensiero a un sistema di segni, è possibile trattare i termini alla stregua di numeri: un'addizione rappresenta un'affermazione, una sottrazione una negazione, più addizioni una catena di deduzioni le quali portano a una dimostrazione. I programmatori possono considerare Hobbes come un loro lontano progenitore.

"Gli scrittori di politica addizionano insieme le pattuizioni per trovare i doveri degli uomini, e i giuristi, le leggi e i fatti per trovare ciò che è cosa retta e ciò che è torto nelle azioni dei privati. Insomma in qualsiasi materia in cui c'è posto per l'addizione e la sottrazione, ivi c'è posto per la ragione; e dove queste non trovano posto, ivi la ragione non ha niente a che fare."

Tutto deve essere ricondotto alla ragione, e la ragione deve essere aritmetica, dove non c'è posto per l'aritmetica non c'è posto per la ragione (perché i corpi quantificabili sono, e devono essere, i soli oggetti possibili della ragione).

Bellum omnium contra omnes. Ma il sistema filosofico di Hobbes serve da legge quadro per il suo sistema politico. A che serve uno stato? Serve per tenere assieme le persone. Cosa succederebbe se non ci fosse lo stato? Sarebbe lo stato di natura, il bellum omnium contra omnes, homo homini lupus, sarebbe l'anarchia, prevarrebbero le brame e gli egoismi, sarebbero le innondazioni, le cavallette, i rumeni, gli albanesi, i cinesi alle porte, e addio incolumità fisica e personale.

Il Leviatano. C'è solo una cosa che può evitare il disastro, e cioè affidarsi alla legge naturale, alla ragione degli uomini che prevedendo la catastrofe appronta i giusti mezzi per evitarla. Ragionando, gli uomini decidono di cedere i loro diritti allo stato in cambio della sicurezza.

"La sola via per erigere un potere comune che possa essere in grado di difendere gli uomini dall'aggressione straniera e dalle ingiurie reciproche, e con ciò assicurarli in modo tale che la propria industria e con in frutti della terra possano nutrirsi e vivere soddisfatti, è quella di conferire tutti i loro poteri e tutta la loro forza a un uomo o a un'assemblea di uomini che possa ridurre tutte le loro volontà, per mezzo della pluralità delle voci, a una volontà sola." (Il Leviatano).

Quella "volontà sola" è lo stato sovrano, e in particolare:

1. Una volta trasferiti i propri diritti allo stato, i sudditi non possono revocarne l'autorità, pena il ritorno allo stato di natura, il ritorno all'anarchia;

2. Il potere sovrano è indivisibile, non può essere diviso tra poteri distinti che formino un sistema di pesi e contrappesi (come accade nelle moderne democrazie). Questo perché se i poteri non si trovassero d'accordo sarebbe, di nuovo, l'anarchia;

3. Appartiene allo stato il diritto di distinguere il bene dal male, e non ai cittadini (e nemmeno alle religioni). La capacità di distinguere il giusto dall'ingiusto non può essere lasciata all'arbitrio individuale, perché se tutti seguissero criteri etici individuali l'unità dello stato, nuovamente, si dissolverebbe (cioè l'anarchia);

4. I sudditi devono prestarsi all'assoluta obbedienza, anche nel caso in cui ritenessero ingiusti gli ordini ricevuti, in particolare lo stato si erge al di sopra delle sue stesse leggi, nel senso che il sovrano non è legato da nessun tipo di contratto ai suoi sudditi, piuttosto viceversa (ed essendo comunque prioritario impedire il ritorno all'anarchia);

5. Lo stato coincide con la religione. Non vi è bisogno di alcuna religione perché l'autorità statale è religione. In questo senso comunità civile e comunità religiosa sono una cosa sola.

"La materia dello stato e della chiesa è la stessa, sono cioè gli stessi uomini cristiani e la forma che consiste nel legittimo potere di convocarli è pure la stessa dato che i singoli cittadini sono obbligati a recarsi dove lo stato li convoca. Però si chiama stato in quanto consta di uomini e chiesa in quanto consta di cristiani". (De cive).

La libertà individuale che resta al povero cittadino (qui in veste di suddito), se la deve andare a cercare tra le maglie del potere statale. Dunque per Hobbes lo stato è un superorganismo totalitario necessario alla coesione coatta del tessuto civile, il male minore considerando la minaccia dell'anarchia. Dio, in confronto allo stato, è pura invenzione, piuttosto è lo stato ad essere Dio, un Dio concreto fatto della somma dei singoli poteri dei suoi cittadini, un corpo razionale che si erge al di sopra di ogni cosa (compresa la fede irrazionale).

(sembrano due cose distinte, ma finiscono per assomigliarsi).

postato da formamentis alle ore 23:12 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


domenica, aprile 13, 2008

PFD/29. Gottfried Leibniz

(philosophy for dummies)

(sempre più concentrato)

Matrioske: l'universo in una goccia. A quanto pare, la maggiore preoccupazione di Leibniz era quella di ribattere agli argomenti dei meccanicisti e a quelli dei negatori del finalismo. Bambino prodigio e poi eclettico e valente studioso di matematica, geometria, fisica, legge, teologia, storiografia e filosofia, Leibniz era un animo ottimista e naturalmente portato per la “bright side of life”: per Leibniz era inconcepibile che la scintilla vitale che anima i viventi potesse scaturire da cause puramente meccaniche (come intendevano Cartesio e Hobbes), così come era inconcepibile che i corpi e le cose non avessero alcun fine (come intendeva Spinoza). C'è da sapere che Leibniz incrociò l'invenzione del microscopio, e scoperse così che anche nelle parti più piccole delle cose – ad esempio nelle semplici gocce d'acqua – vi era tutto un mondo brulicante di vita invisibile, e chissà quali altri mondi pieni di cose vive si nascondevano ai sensi su altre scale (gli studi sul calcolo infinitesimale avevano aperto a Leibniz la finestra sull'infinito).

Ciascuna porzione di materia può essere concepita come un giardino pieno di piante, o come uno stagno pieno di pesci. Ma ciascun ramo della pianta, ciascun membro dell'animale, ciascuna goccia dei suoi liquidi è ancora un tale giardino o un tale stagno.” (Monadologia)

Si trattava in sostanza di attribuire alle cose anche un “perché”, visto che di soli “come” non si vive.

Atomi di percezione. Il problema del momento era quello cartesiano del legame tra res cogitans e res extensa: com'era possibile che un braccio si alzasse conseguentemente all'idea di alzare il braccio se le due sostanze (mente e corpo) erano sostanzialmente e intrinsecamente distinte? Leibniz giunse alla conclusione che il mondo non era fatto tanto di pensieri e di corpi, quanto dalle percezioni dei pensieri e dei corpi.

Non è dunque l'atomo ad essere la particella minima e indivisibile della realtà, per Leibniz appare impensabile che una cosa si possa dividere un numero finito di volte (c'è sempre il calcolo infinitesimale a testimoniare la natura infinita della divisibilità), la particella minima della realtà è invece la monade, che non è una particella materiale, ma è una particella “spirituale”, un atomo di percezione, ed è indivisibile proprio perché non è quantificabile in termini materiali, è indivisibile perché ogni monade rappresenta una particolare percezione del mondo, un punto di vista minimo e proprio perché minimo non ulteriormente riducibile (in sostanza: ogni singola – e quando dico singola è singola - percezione, idea, impressione e sensazione che ci passa per la testa è una monade).

L'armonia prestabilita. Ma tutto questo rebelot di monadi non ci spiega ancora perché alla monade che rappresenta l'idea di alzare il braccio corrisponda quella che rappresenta il braccio che si alza, persiste il cosiddetto “body-mind problem”. Leibniz fa l'esempio di due orologi (a pendolo) che pur essendo strutturalmente diversi, hanno l'esigenza di segnare la stessa ora, di essere perfettamente sincronizzati (i due orologi simboleggiano il corpo e la mente). Una prima ipotesi consiste nel pensare che i due orologi siano collegati direttamente l'uno all'altro, ma Leibniz la rifiuta perché come si è visto non accetta alcun tipo di rapporto diretto tra mente e corpo. La seconda ipotesi consiste nel pensare che l'orologiaio continuamente sincronizzi le pendole minuto dopo minuto, ma nemmeno questa ipotesi soddisfa Leibniz perché il progetto risulterebbe troppo complesso anche per Dio (occasionalismo: si tratterebbe di raccordare sul momento ogni singola idea dell'azione ad ogni singola azione). La terza ipotesi, quella che Leibniz considera la più esatta (e probabilmente la più elegante), consiste nel pensare che i due orologi siano stati creati dall'orologiaio così perfetti da segnare sempre e in eterno la medesima ora (in altre parole Dio ha programmato a monte la percezione della mente e quella del corpo perché vadano sempre d'amore e d'accordo: ci sta, è nelle possibilità di Dio).

Il migliore dei mondi possibili. Siccome Dio è sempre e comunque ciò di cui è impossibile dire di più, cioè è l'essere perfettissimo che racchiude in sé ogni qualità al suo massimo, è naturale che Dio esiste, ed è naturale che scelga liberamente che tipo di mondo creare, attingendo a un campionario infinito di mondi possibili. Risulta subito chiaro che se Dio è libero di creare il mondo che vuole, data la sua infinita bontà, avrà pur scelto di creare il migliore dei mondi possibili. Non esiste dunque il male in sé, ogni cosa è pensata per il suo fine, ogni cosa ha una sua buona ragione nell'economia del tutto. Questo argomento ha molto in comune con Agostino, ma è curioso notare come mentre Dio non è costretto da alcun principio metafisico, è altresì obbligato a creare il migliore dei mondi possibili in ragione di una costrizione morale, in altre parole: Dio, seppur onnipotente, è costretto ad essere buono (questo ottimismo metafisico sarà poi fatto oggetto di parodia da parte di Voltaire, come saprete, la figura di Pangloss nel Candido rappresenta Leibniz).

postato da formamentis alle ore 01:44 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


domenica, marzo 30, 2008

PFD/28. Baruch Spinoza

(philosophy for dummies)

Possiamo dire con una certa attendibilità che Baruch Spinoza nacque ad Amsterdam nel 1623 da famiglia ebrea di origine spagnola trasferitasi in Portogallo. Fu in Portogallo che la famiglia Spinoza si vide costretta ad emigrare in Olanda per sfuggire alle persecuzione cattolica seguita all'annessione spagnola (wikipedia riferisce che gli Spinoza erano marrani, cioè ebrei convertiti a forza al cristianesimo). Il piccolo Baruch crebbe quindi all'interno della comunità ebraica di Amsterdam e qui studiò la Torah, il greco e il latino, ma seguì anche il precetto rabbinico di imparare un mestiere manuale, per cui diventò un ottico, esperto nella fabbricazioni delle lenti. Ma Baruch era temperamento libero e curioso, per cui oltre alla scolastica medievale si tenne informato sul pensiero dei filosofi che in quel tempo andavano per la maggiore: Bacone, Cartesio, Hobbes. Fu così che un bel giorno attorno al 1656 venne scomunicato dalla sua comunità e gli venne intimato di abbandonare la città: gli venne proibito di frequentare la sinagoga, la sorella tentò di diseredarlo, un fanatico tentò di pugnalarlo (e Spinoza conserverà il mantello squarciato per gratitudine). Il pensiero filosofico di Spinoza pare avesse la peculiarità di scontentare tutti: i rabbini lo scomunicarono per “eresie praticate ed insegnate”, cattolici e protestanti ritenevano le sue opere empie e blasfeme e lo tacciarono di ateismo. Dopo la scomunica Spinoza visse nei villaggi fuori Amsterdam, mantenendosi facendo l'ottico, quindi si trasferì all'Aja, dove morì di tubercolosi nel 1677. In questo periodo rimase comunque in contatto con amici filosofi e gli vennero offerte più volte cattedre universitarie e aiuti in denaro, ma lui rifiutò sempre per mantenere, come egli disse, la sua indipendenza e la sua libertà di giudizio.

Ogni cosa è Dio. C'è poco da sapere di Spinoza filosoficamente parlando, voglio dire per quanto riguarda le linee generali. Baruch vuole dimostrare da subito come in natura non esistano due sostanze distinte (come predicava Cartesio), ma solo e necessariamente una.

"Per sostanza intendo ciò che è in sé ed è concepito per sé: ovvero ciò, il cui concetto non ha bisogno del concetto di un'altra cosa dal quale debba essere formato."

L'unica sostanza che ha la peculiarità di non trarre il motivo della sua esistenza da nient'altro è la sostanza di Dio, per cui l'unica sostanza è Dio: Dio è sostanza senza causa, esiste perché non può essere altrimenti, sostanza autogenerata, eterna e perfettissima, la sostanza divina coincide con il tutto esistente, perché data la sua infinita perfezione, niente vi può essere al di fuori dell'infinito. Cosicché ogni cosa è Dio.

Un paio di attributi. Per cui la mente e il corpo (pensiero ed estensione), che Cartesio distingueva come sostanze, per Spinoza sono invece due attributi dell'unica sostanza divina (in realtà la sostanza divina ha in sé infiniti attributi, ma l'uomo percepisce solo quei due). Se l'oceano è la sostanza divina, gli attributi sono le onde che lo increspano, l'aspetto mutevole dell'immutabilità della sostanza. E fin qui non si capisce come sia stato possibile tacciare Spinoza di ateismo e di blasfemia.

Nessun fine. Ma le cose si complicano, perché il Dio di Spinoza non ha in sé le qualità del Dio giudaico-cristiano. gli uomini credono di essere liberi di agire volontariamente, in realtà ogni cosa è predeterminata secondo necessità, gli uomini credono che la Creazione si risolva in un insieme di mezzi per raggiungere i loro scopi, mezzi che sono stati messi a loro disposizione da Dio. Credono che agendo secondo il bene otterranno una ricompensa, mentre pensano che le innumerevoli manifestazioni del male siano solo la prova che non hanno agito in conformità della volontà divina. Ma Spinoza fa notare che prosperità e avversità si riversano sull'uomo senza alcun ordine preciso (piove sui giusti come sugli ingiusti), indipendentemente dai meriti e dai demeriti. La volontà di credere in questo meccanismo di ricompense è così radicato negli uomini che essi, pur di giustificarsi, sono disposti ad attribuire a Dio i caratteri di una volontà imperscrutabile.

Niente di tutto questo: Dio è causa necessaria di ogni cosa, cioè il mondo scaturisce da Dio come le proprietà geometriche di una figura scaturiscono necessariamente dall'essenza della figura. Dio non vuole, Dio è, attribuire una volontà a Dio è antropomorfizzarlo, renderlo simile agli uomini che bramano e desiderano, che si arrabbiano e puniscono. Dio è la regola necessaria per cui le cose accadono nel modo in cui accadono e non altrimenti, non esiste alcun libero arbitrio, nessun progetto di punizioni e ricompense. Non c'è alcun fine nella vita, c'è solo la vita per ciò che è.

Nessun bene e nessun male. Quello che accade non è mai per caso, è anzi necessario che accada, non può accadere diversamente, non può che essere giusto per il semplice fatto che accade. Gli uomini si fanno condurre dalle emozioni quando giudicano un certo comportamento morale e un altro immorale, una cosa buona e una cattiva, ma se ogni cosa accade secondo una rigida necessità geometrica, come è possibile giudicare che sia un male che la somma degli angoli interni di un triangolo è sempre di 180 gradi? Questa è il vero senso della vita secondo Spinoza, e questo il motivo per cui non poteva che venire tacciato di ateismo, poiché negava con la sua filosofia il Dio giudaico-cristiano, quel sommo principio morale che giudica e punisce i peccatori e gli atti riprovevoli, distinguendo il bene dal male (ma per Spinoza non esiste niente di riprovevole nella realtà, per tanto che l'uomo lo ritenga tale).

"Qualsiasi cosa infatti un essere faccia secondo le leggi della sua natura, la fa per un sommo diritto cioè perché è determinato a farlo dalla natura e non potrebbe altrimenti".

Motivo per cui Spinoza critica anche la fede nei miracoli, intesi come singolarità che sospendono la stretta necessità delle leggi di natura: impossibile, le leggi naturali sono espressione della necessità divina che non esula mai dalle sue regole (sarebbe come pensare che 1+1 per quella volta sola non facesse 2).

Libertà e schiavitù. L'uomo non è dunque libero, ma ugualmente può liberarsi dall'errore, quell'errore che consiste nel non comprendere la struttura necessaria e razionale della vita. Essere sopraffatti dalle emozioni porta ad avere una visione inadeguata e confusa della realtà, per liberarsi dalla schiavitù dell'errore occorre volgere lo sguardo alla verità della necessità che regola ogni cosa, la libertà consiste dunque in questo “amore intellettuale” per la perfezione necessaria e geometrica della realtà che scaturisce da Dio (libertà come riconoscimento della verità necessaria). (una sorta di accettazione stoica del fato).

Credere è obbedire. Per quanto riguarda la libertà religiosa, Spinoza afferma che il contenuto della Bibbia non è la verità, ma è quell'insieme di regole di obbedienza che vanno a giustificare la fede.

La fede, consiste nell'avere, nei confronti di Dio, quei sentimenti tolti i quali viene tolta l'obbedienza a Dio e che sono posti necessariamente quando è posta tale obbedienza”.

C'è di più. Spinoza nota come i governi possono senz'altro tenere a freno la lingua degli uomini, ma non il pensiero. “Bisogna quindi annoverare tra i governi violenti quello che pretende esercitare una costrizione sul pensiero e prescrivere a ognuno ciò che deve riconoscere per vero o per falso”. Certo è che se ogni cosa che accade è comunque necessaria, allora lo è anche l'oppressione: non si vede come possa l'uomo decidere liberamente di liberarsene. Ma questo è un problema di Spinoza.

postato da formamentis alle ore 16:53 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


lunedì, marzo 24, 2008

PFD/27. Cartesio

(philosophy for dummies)

Renè Descartes (in arte Cartesio) nacque nel 1596 a Le Haye da famiglia piuttosto nobile. Studiò presso il rinomato collegio gesuita di Fleche (invidia di Piero Fassino), quindi si diplomò in legge a Poitiers. Ma il decorso scolastico lo lasciò con l'amaro in bocca, Renato puntava in alto. Come ebbe a dire, gli studi non gli diedero quel vero sapere che cercava, fu così che decise di partire alla scoperta del mondo e si arruolò nelle armate del principe di Nassau che proprio allora si accingeva a partecipare alla Guerra dei trent'anni. Nobile e paraculato, il bel Renè prese l'esercito come un'agenzia di viaggi e ne approfittò per girare l'Europa e coltivare gli studi di matematica e di fisica. Nel 1628, al termine del suo girovagare, si stabilì finalmente in Olanda, paese della libertà di ricerca (e che lo alleggeriva da quegli obblighi di rango che in Francia lo avrebbero allontanato dai suoi studi). Qui visse e produsse importantissime opere fino al 1649, quando decise di accettare l'invito della regina di Svezia che lo voleva come suo precettore personale. Ma in Svezia Cartesio, che di solito era uomo assai prudente, commise l'imprudenza di prendere freddo durante una di quelle lezioni che la regina voleva tenere a tutti costi alle cinque di mattina, fu così che un brutto giorno si buscò una polmonite che lo uccise nel giro di una settimana.

Catene ininterrotte di deduzioni. Si narra che un bel giorno Cartesio ebbe un'illuminazione: spinto dalla volontà di staccarsi nettamente dalla filosofia del passato, rea di avere commesso troppi errori, il bel Renè decise di applicare alla filosofia i metodi della matematica e della geometria. Si immaginava quindi delle belle catene ininterrotte di deduzioni, che partivano tutte da certi saldissimi principi certi ed evidenti, praticamente incontestabili (a incontestabili principi, incontestabili deduzioni).

Ci vuole metodo. A questo proposito Cartesio stabilì le quattro regole del nuovo metodo:

1° regola: Prendere come fondamento delle proprie deduzioni solo i dati certi e immediati, che hanno il carattere dell'evidenza ("non accettare mai nessuna cosa per vera se non la riconoscessi evidentemente come tale");

2° regola: l'analisi, ovvero concentrarsi prima sulla validità delle singole parti ("dividere ciascuna delle difficoltà da esaminare nel maggior numero di parti possibili e necessarie per meglio risolverle");

3° regola: la sintesi, ovvero ricomporre il problema passo dopo passo, partendo dal semplice per giungere al complesso ("condurre i miei pensieri per ordine, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscersi, per salire poco a poco, come per gradi, fino alle conoscenze più complesse");

4° regola: l'enumerazione, praticamente un'attenta verifica ("fare dappertutto enumerazioni così complete e revisioni così generali da essere sicuro di non omettere nulla").

Quattro regole fondamentali del buon pensare che in ogni caso non gli servirono ad evitare i suoi errori.

Cogito ergo sum: ripartire dal pensiero. Scremare ogni nozione che non abbia in sé i caratteri dell'evidenza, per ripartire su basi più solide. Dubitare su tutto, sulla veglia e sul sonno, sulla rispettabilità della propria madre, sull'esistenza della realtà, sulla bontà di Dio: è il dubbio iperbolico, epoché assoluta, scetticismo radicale. Dio può ingannarci anche sull'esistenza della realtà percepita attraverso i sensi (un Dio ingannatore). Cosa resta al pover'uomo che non ha più certezze? Resta la certezza del pensiero che dubita: cogito ergo sum (penso dunque sono). Altra deduzione: se esiste un pensiero, deduco che esiste anche il soggetto che lo pensa. Venghino siori venghino, abbiamo già due certezze evidenti: esiste il pensiero ed esiste qualcuno che lo pensa.

Appendere il metodo al chiodo: l'esistenza di Dio. Ma a questo punto Cartesio esce di pista dopo un solo giro di deduzioni: c'è da giustificare l'esistenza di Dio, si può derogare sul metodo. Cartesio avverte che nel pensiero ci sono delle idee, e tra queste idee c'è anche l'idea di Dio. Ma la semplice idea di Dio non può rimanere una semplice idea di Dio: Dio è l'essere perfettissimo, l'uomo è meno perfetto di Dio, per cui l'idea di un essere perfettissimo non può scaturire da un essere imperfetto, l'idea di Dio è impressa nell'uomo da qualcun altro (da Dio, guarda caso). Più tardi Kant farà notare che a pensare si può pensare tutto, anche l'esistenza reale di un sacco di monete, ma non per questo il sacco di monete si materializza (facciamo tutti la prova: pensate intensamente all'esistenza reale di 100.000.000 di euro sul vostro c/c bancario, poi mi fate sapere).

C'è cosa e cosa. Una volta stabilito che Dio c'è, allora è stabilito che Dio è buono e quindi non ci può ingannare: oltre al pensiero esiste anche la materia (ormai Cartesio è in libera uscita, da un gratticielo potrebbe dedurre l'esistenza dei giganti). Et voilà: esistono dunque due ambiti principali della realtà, due sostanze: la res cogitans (la cosa che pensa, il pensiero infinito) e la res extensa (la cosa estesa, la materia quantificabile e limitata nello spazio).

Ghiandole pineali. Il corpo in sé è un semplice meccanismo, ma gli uomini hanno il privilegio di quell'anima razionale che li può guidare come si guida un modellino radiocomandato. In particolare, gli esseri viventi sono mossi da due istanze: le azioni e le affezioni. Le azioni sono gli atti dettati volontariamente dall'anima razionale, le affezioni sono quegli atti involontari e istintivi che scaturiscono da semplici forze meccaniche interne ai corpi. Ragion per cui Cartesio considera gli animali, privi di anima razionale, alla stregua di semplici automi alla mercé dei loro stessi appetiti, mentre l'uomo... eh beh, l'uomo è baciato da Dio, l'uomo è tutta un'altra cosa. In particolare Cartesio individuò nella ghiandola pineale l'organo umano preposto allo scambio di informazioni tra anima e corpo, il punto di sutura tra res cogitans e res extensa, perché a suo parere era l'unico organo del cervello che non era doppio (sì, proprio lui, quello stesso Cartesio che viene considerato universalmente il padre della filosofia moderna).

L'etica della morale provvisoria. Cartesio era uomo troppo prudente per stabilire una morale definitiva, così si accontentò di stilare quattro regolette di una sua morale provvisoria molto assennata e piena di buon senso. Ricordiamo che stava per pubblicare il Trattato sul Mondo quando seppe della condanna a Galilei, motivo per cui preferì rimandarne la pubblicazione perché in quell'opera faceva cenno alla teoria copernicana (il trattato venne poi ampiamente riadatto e ripubblicato sotto altra forma). Il Trattato di Metafisica fu invece inviato a padre Marsenne, un suo vecchio amico gesuita, perché lo sottoponesse prima al giudizio dei teologi (come a tastare l'acqua prima di bagnarsi).

Questa montagna del sapere finì così per partorire un topolino etico-morale:

Punto primo. L'obbedienza alle leggi e ai costumi del paese in cui si vive. In particolare occorre distinguere tra uso della vita e contemplazione della verità: nel primo caso è meglio usare prudenza e moderazione, nel secondo si deve perseguire la verità ad ogni costo (salvo usare prudenza all'atto della pubblicazione).

Punto secondo. Perseverare nelle azioni che si ritengono indubbiamente valide. E qui vai a capire come si fa ritenerle indubbiamente valide, perché se ci atteniamo ai risultati di Cartesio, stiamo freschi.

Punto terzo. Meglio cambiare se stessi piuttosto che il mondo, meglio tentare di vincere i propri timori che contare sulla sola fortuna. Bello, ma lo aveva già detto Seneca: “E' l'animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi”.

Punto quarto. Indagare il vero, sempre e con metodo, e nel caso, aggiungo io, tenere i risultati per sé se non obbediscono agli usi e ai costumi del paese in cui si vive. Che tristezza d'uomo.

postato da formamentis alle ore 16:30 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


sabato, marzo 15, 2008

PFD/26. Isaac Newton

(philosophy for dummies)

Isaac Newton (Isacco Nuovatonnellata) nacque a Woolsthorpe, in Inghilterra, nel 1643. Fu uno scienziato totale: si occupò di fisica, matematica, calcolo infinitesimale, ottica e astronomia, ma la sua fama la deve senza dubbio alla formulazione della legge di gravità. Nacque da una famiglia di allevatori ma il padre morì tre mesi prima della sua nascita, cosicché la madre, risposatasi, lo lasciò alle cure della nonna (il piccolo Isaac pare non la prese bene). Nonostante ciò, alla morte del patrigno, poté usufruire della sua eredità per pagarsi gli studi alla King's School di Grantham. Qui Newton ebbe la sua prima e unica relazione sentimentale con la figlia del padrone di casa presso la quale alloggiava, wikipedia ci informa che si dedicava alla costruzione di meridiane, orologi ad acqua e modelli funzionanti di mulini. Ma la madre gli impone di interrompere gli studi per dedicarsi alla cura dei campi: niente da fare, non era tagliato per i concimi. Cosicché il maestro consigliò alla madre di fargli proseguire gli studi al Trinity College di Cambridge, dove pare che il giovane Isacco preferisse ad Aristotele lo studio dei filosofi e degli scienziati più à la page: Cartesio, Galileo, Copernico e Keplero.

La mela e la luna. Narra la leggenda che l'idea della gravità sia venuta a Newton a motivo della famosa caduta della mela dall'albero (versioni apocrife insinuano che fosse caduta proprio sulla sua testa), Newton si sarebbe domandato cosa sarebbe successo se quella mela fosse caduta da un'altezza pari alla distanza che separa la luna dalla terra (diciamo solo che se fosse caduta da un'altezza pari a quella di una sequoia forse oggi non saremmo qui a parlare di Newton, ma del resto, che ci farebbe una mela su una sequoia?). Leggenda: in realtà la formulazione delle legge di gravità è solo l'ultimo passaggio di tutta una serie di studi condotti dai fisici prima di lui sulla dinamica dei corpi (studi iniziati da Galileo). Newton scoprì semplicemente che le masse dei corpi celesti si attraggono proporzionalmente al prodotto delle masse e in ragione inversa del quadrato delle distanze. Più la massa di un corpo celeste è grande, maggiore è la sua forza di attrazione gravitazionale sui corpi a lei più prossimi, e viceversa. In soldoni: la mela cade perché è attratta dalla terra.

La massa e il peso. A parità di massa, un elefantino posto sulla luna peserebbe meno che sulla terra. Questo perché la luna è un corpo celeste più piccolo della terra, ragion per cui la sua massa attrae i corpi più blandamente rispetto al nostro pianeta. Per cui c'è da fare una distinzione tra massa e peso di un corpo: la massa è la quantità di materia presente in un corpo, il peso è il frutto dell'effetto dell'attrazione gravitazionale su quello stesso corpo, e varia di pianeta in pianeta (più è grande il pianeta, maggiore sarà il peso a parità di massa, e viceversa).

Il prisma e l'arcobaleno. Nella sua infinita curiosità, Newton si preoccupò anche di studiare i fenomeni ottici. Giocò con la luce e scoprì che nella luce del sole sono contenuti tutti i colori dell'iride, questo lo scoprì facendo passare la luce attraverso un prisma. Il prisma scomponeva i colori perché deviava ogni frequenza luminosa secondo diverse inclinazioni. Le onde luminose hanno una ciascuna la propria frequenza, ogni frequenza corrisponde a un diverso colore. Queste scoperte porteranno allo sviluppo della moderna spettroscopia, quella scienza astronomica che permette di individuare la composizione fisica dei corpi a grandi distanze (secondo la regola per cui a un diverso colore corrisponde lo spettro chimico di un diverso elemento).

Le quattro regole del metodo. Newton buttò giù anche quattro regolette base alle quali la scienza doveva attenersi per dirsi veramente tale: 1. Attenersi alle sole cause necessarie per spiegare un fenomeno; 2. A stessi fenomeni medesime cause (legge di economia dei principi); 3. Le qualità riscontrate in un corpo devono essere estese a tutti gli altri corpi che presentano le stesse qualità; 4. I risultati del metodo induttivo vanno considerati validi fino a prova contraria. Così, giusto per mettere un po' di ordine e non fare le cose alla carlona.

Dio e l'universo assoluto. Ma anche Newton sentirà il bisogno di non respingere l'idea di Dio, per cui anche Newton cercherà di trovare una formula che accordasse la fede alla ragione. La troverà secondo un classico schema deista e pure un po' aristotelico, per cui Newton attribuirà a Dio il compito di dare il primo moto ai corpi celesti (se i corpi continuano ad andare alla deriva nello spazio per inerzia, come stabilì Galileo, ci deve pur essere qualcosa che dia loro la spinta iniziale).

L'universo di Newton è un universo classico, lo spazio e il tempo sono assoluti, le leggi fisiche sono le stesse per ogni contesto e in ogni luogo del cosmo (non sono contemplate particolarità). Lo spazio non è curvo, il tempo non rallenta, il tempo viaggia costantemente in avanti, dal passato verso il futuro. Questa concezione classica dell'universo verrà messa in crisi dalla relatività, quando Einstein scoprirà che è proprio la forza di gravità ad incurvare lo spazio e a far rallentare il tempo. In particolare si verrà a sapere che questi effetti sono rilevanti nel caso dei buchi neri, dove un corpo celeste possiede una massa talmente grande da produrre un'attrazione gravitazionale in grado di risucchiare lo spazio (e con esso la luce) e far rallentare il tempo attorno a sé.

postato da formamentis alle ore 11:56 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


sabato, marzo 08, 2008

PFD/25. Galileo Galilei

(philosophy for dummies)

Galileo nasce a Pisa, e qui comincia a studiare medicina. Poi a Firenze studia e insegna matematica, ma privatamente. Poi comincia ad insegnarla pubblicamente, a Firenze ma anche a Padova (a Padova allestisce il suo leggendario laboratorio scientifico). Nel 1609 gli giunge voce dall'Olanda che gli olandesi stanno studiando uno strumento ottico dalle potenzialità straordinarie, lui si mette in proprio e costruisce il cannocchiale tutto da solo (e per giunta migliore). Ma il cannocchiale in mano a Galileo si trasforma ben presto in uno strumento del demonio: dalle osservazioni astronomiche risulta che l'impostazione copernicana ha quasi ragione: la terra non è al centro dell'universo. Qui comincia il contenzioso con la chiesa: nel 1616 l'autorità ecclesiastica dichiarerà pubblicamente falsa la tesi del moto della terra e della centralità del sole e otterrà da Galileo la promessa solenne di non scrivere e pubblicare più nulla in difesa della teoria copernicana. Ma lui niente, non si da per vinto e nel Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo nasconde tra una riga e l'altra la conferma dell'impostazione copernicana. Ma gli uomini di chiesa non sono fessi e se ne accorgono, non resta altro da fare che imporgli l'abiura. Dopo avere abiurato, viene confinato a Villa Medici, poi nel villino di Arceri, dove morirà nel 1642. Più tardi, la figura del suo inquisitore cardinal Bellarmino verrà completamente riabilitata ed è proprio di questi giorni la notizia che fu in realtà Galileo ad essere nel torto (in quanto non poté produrre documentazione sperimentale adeguata a sostegno delle sue tesi).


La nascita del metodo sperimentale. Prima di venire a sapere che l'iniziatore del metodo sperimentale fu in realtà il Cardinal Bellarmino, occorre ricordare che questo merito era stato riconosciuto a Galileo. Galileo intese confermare le sue teorie sperimentandole nella pratica: la teoria andava provata replicando empiricamente l'effetto teorizzato, una volta replicato l'effetto un certo numero di volte, non solo questa reiterata riproduzione forniva la prova, ma rendeva quell'effetto prevedibile secondo legge della fisica. L'esperimento forniva una prova per induzione: la legge universale era il frutto di una generalizzazione del comportamento ripetuto dei singoli eventi particolari date certe condizioni.

Il principio di inerzia. Prima di venire a sapere che il merito della formulazione del principio di inerzia spettava in realtà al Cardinal Bellarmino, occorre ricordare che il merito era spettato a Galileo. La fisica Aristotelica riteneva che il moto di un corpo permanesse finché c'era una forza che lo spingeva a muoversi, Galileo dimostrò il contrario: il moto di un corpo permane costante finché non vi è una forza che lo frena(l'attrito). Tutto questo Galileo lo sperimentò trafficando con le biglie e piani inclinati (slippery slopes). Tradotto cosmologicamente, significa che un corpo celeste, finché non vi è una forza che lo frena, continua a vagare nello spazio per inerzia.

Il moto relativo. Fino a Galileo il moto era considerato la conseguenza della presenza di una forza, la quiete la sua assenza. In realtà Galileo comprese che moto e quiete sono concetti relativi, e in particolare relativi ai diversi sistemi inerziali di riferimento (la relatività di Einstein deve molto a questo principio, ma siamo sicuri che se oggi fosse vivo anche Einstein darebbe ragione a Bellarmino). Galileo fa l'esempio della nave: se il moto della nave fosse perfettamente uniforme e privo di scossoni, tutto quello che è all'interno della nave non sembrerebbe essere in moto, poiché i tavoli sembrerebbero apparentemente fermi e in quiete, mentre in realtà si muovono assieme alla nave. Approssimativamente il più grande sistema inerziale di cui abbiamo esperienza diretta è il pianeta terra, dove voi credete che il vostro laptop sia fermo e ben ancorato alla scrivania, in realtà viaggia nel senso della rotazione terrestre e a grande velocità pure intorno al sole.

Constatazione amichevole. La cosa che disturba di più di Galileo è che era un materialista. Non poteva essere altrimenti: l'esperimento esigeva l'esistenza di un rigido determinismo, la natura era il luogo in cui i fenomeni sono legati tra loro da regole necessarie, nessuno spazio è lasciato al soprannaturale. Tuttavia Galileo tentò di conciliare con la Bibbia, lasciò scritto, in una lettera aperta al suo allievo prediletto, che la Bibbia era scritta in un linguaggio simbolico giusto per venire incontro alle esigenze dei semplici, che la Bibbia magari non conteneva indicazioni scientifiche, ma su quelle spirituali nulla da eccepire. Ovviamente Galileo riteneva che le leggi scientifiche provate secondo esperimento fossero superiori alle verità fisiche dedotte dalle Sacre Scritture, ma su quelle morali impossibile contestare alcunché per via sperimentale.

(comunque, detto tra noi: in realtà Galileo non esiste, “Galileo” fu solo uno degli pseudonimi usati dal cardinal Bellarmino, la disinformazione laicista ha veramente raggiunto livelli di guardia).

postato da formamentis alle ore 15:44 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


mercoledì, dicembre 26, 2007

PFD/24. Giordano Bruno. Ultima parte

(philosophy for dummies)

Ogni cosa è illuminata. Inoltre, secondo Bruno, tutte le cose hanno un'anima, e cioè possiedono un pezzetto di quel sommo essere divino che dà la vita e anima ogni cosa (e da qui prenderà le mosse la Naturphilosophie di Shelling). L'essere divino è eterno e ingenerato (è sempre esistito), la realtà rappresenta in sostanza una serie di fluttuazioni accidentali di quel medesimo essere perfettissimo, che mai si corrompe. Quindi a “crearsi” e a “distruggersi” sono solo gli aspetti accidentali dell'essere, ma mai l'essere in sé.

"Se dunque lo spirito, l'anima, la vita si ritrova in tutte le cose e, secondo certi gradi, empie tutta la materia, viene certamente a essere il vero atto e la vera forma di tutte le cose. L'anima, dunque, del mondo è il principio formale costitutivo, dell'universo e di ciò che in quello contiene." (De la causa, principio et uno).

Ogni ente terreno, animale, vegetale e minerale, ha in dotazione una parte di spirito che lo connette al più grande organismo della natura (la quale, come si è visto, è Dio), e dunque ogni cosa fisica ha in sé anche una parte di “sostanza” spirituale, e questo, secondo Bruno, lo si nota dal fatto che ogni erba medicinale e gli stessi minerali hanno un loro preciso effetto sull'organismo (e qui ritorna la magia, la credenza che in tutte le cose, comprese le inanimate, sia presente una porzione di sostanza spirituale originaria portatrice dei suoi prodigiosi effetti). (ehi, Bruno era quasi un mago, non era uno scienziato illuminista!). (sta di fatto che non sta bene mettere qualcuno al rogo, fosse anche il Divino Otelma).

Bruno e la religione. “Ciò rende possibile intendere l'atteggiamento di Bruno nei confronti della religione: un atteggiamento che ripete sostanzialmente quello di Averroé [la ragione segue i propri metodi, autonomi rispetto a quelli della fede] ma senza il rispetto che quello di Averroé implicava nei confronti della religione medesima. Come sistema di credenze, questa appare infatti a Bruno come ripugnante ed assurda. Egli ne riconosce l'utilità “per l'istituzione di rozzi popoli che dénno esser governati” (De l'infinito, universo e mondi), ma le rifiuta qualsiasi valore”. (Storia della filosofia, N. Abbagnano).

De l'eroico furore. In De gli eroici furori, Bruno descrive questo amore per la verità eterna, questo impeto, questo furore, questo entusiasmo così appassionato ed eroico che porta anche a dimenticare se stessi e il proprio interesse, e a difendere la verità al prezzo della vita. Appunto.

postato da formamentis alle ore 19:44 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


sabato, dicembre 22, 2007

PFD/24. Giordano Bruno. Prima parte

(philosophy for dummies)

Riassumere in poche righe la vita di Giordano Bruno è impresa titanica. Nato nel 1548 a Nola, a soli 15 anni entra nel convento dominicano di Napoli, dove fa praticamente il ragazzo prodigio (le incredibili doti mnemoniche la sua specialità). A 18 anni però già si pone qualche dubbio sulla fondatezza delle verità religiose, tanto che di lì a poco sarà costretto a fuggire a Ginevra, quindi a Tolosa e poi a Parigi. A Parigi pubblica il “Candelaio” e si guadagna da vivere come maestro nell'arte dell'apprendimento mnemonico (scrive il “De umbris idearum”). Da Parigi poi passa ad Oxford (dove comincia a scrivere il “De immenso ed innumerabilis”), quindi ritorna a Parigi, dove fu costretto ad andarsene per l'ostilità degli ambienti aristotelici che si era premurato di criticare (“parrucconi”). Nel 1586 lo troviamo quindi a Marburgo, poi Wittemberg e Francoforte. Quindi compie l'errore della sua vita: accetta l'invito di Giovanni Mocenigo, patrizio veneziano che da lui si aspetta l'apprendimento dei segreti della magia. Bruno si sente al sicuro sotto la protezione della repubblica veneziana, ma accade che Mocenigo non si senta soddisfatto dalle sue lezioni, e lo denuncia al Santo Uffizio (23 maggio 1592). Un anno dopo viene trasferito all'Inquisizione di Roma, dove invano lo pregano di ritrattare le sue tesi. Al rifiuto testardo di Bruno, ai poveri inquisitori non resta altro che metterlo al rogo: il 17 febbraio del 1600, Bruno viene arso vivo a Campo dei Fiori. Si narra che negli ultimi istanti abbia distolto lo sguardo dal crocifisso (per giunta reo di essere diventato, in prospettiva storica, una delle più scostumate icone dell'anticlericalismo).

Alla pagina 666 della mia edizione della “Storia della filosofia”, Nicola Abbagnano scrive: “Bruno non ha mai raggiunto la forma di un filosofare guardingo e critico, nonostante che ne avvertisse l'esigenza: filosofare significa per lui lottare contro i limiti e le angustie che stringono l'uomo da ogni parte e perciò raggiungere una visione del mondo per la quale il mondo stesso sia non più limite all'uomo, ma il dominio della sua libera espansione.” e poco prima “un bisogno di espansione dionisiaca”.

Se vuoi che un filosofo venga ignorato o perlopiù dimenticato, l'ultima cosa da fare è arderlo vivo a motivo delle sue idee (ma le tecniche di persuasione cattoliche, ai tempi, erano ancora piuttosto rozze e necessitavano di perfezionamento). Giordano Bruno non fu propriamente un filosofo, fu più un poeta e un letterato, un mago della numerologia e delle scienze magiche, gran maestro dell'ars inveniendi, nel solco del pitagorismo, ma rivisto in chiave rinascimentale.

No limits. A Bruno, da buon rinascimentale, interessava stabilire un buon rapporto con la natura: la natura o è Dio stesso o è la virtù divina che si manifesta nelle cose stesse. Discorso che si avvicina al panteismo, all'Uno parmenideo, allo stesso Dio di Cusano e alla sua coincidenza degli opposti. Dio è infinito perché “perfetto non è ciò che è completo e chiuso in proporzioni determinate, ma ciò che comprende innumerevoli mondi e quindi ogni genere e ogni specie, ogni misura, ogni ordine e ogni potere.” Mentre gli aristotelici pensavano che la perfezione dovesse per forza di cose identificarsi con il concetto di limite compiuto e determinato, da qui la loro visione tolemaica del cosmo, con la terra al centro dell'universo e i corpi celesti chiusi in sfere concentriche fisse.

Bruno afferma invece che uno spazio infinito non può che avere un numero infinito di centri, prendendo così le difese della nuova teoria copernicana eliocentrica (della quale, si dice, aveva comunque una conoscenza piuttosto approssimativa), cosa che gli permetteva di affermare che l'universo infinito è popolato da mondi infiniti. A chi sollevava obiezioni sulla sua dottrina dell'infinito, Bruno rispondeva che ogni limite che si crede invalicabile è comunque una limitazione potenzialmente superabile, come se l'uomo affermasse di vedere la fine di un bosco per il solo fatto di non vedere più alberi all'orizzonte (idee per altro in sintonia con quel genere di uomo rinascimentale che vuole dominare il mondo e la natura).

postato da formamentis alle ore 22:51 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


giovedì, dicembre 20, 2007

PFD/23. Niccolò Cusano. Ultima parte

(philosophy for dummies)

Eravamo rimasti che Cusano aveva posto Dio aldilà del conoscibile, conoscibile compiutamente, nella sua precisa intierezza, e questo perché, vecchio adagio, l'uomo è imperfezione che mai si potrà avvicinare alla perfezione propria di un dio.

Coincidentia oppositorum. Senonché, forse Cusano si accorge che una volta posto Dio oltre la volta del comprensibile, chiuso definitivamente il discorso e tanti saluti. Bisogna che questo “dio” lo ripigliamo per i capelli. Intanto Cusano ci dice che un modo per avvicinarsi alla conoscenza di Dio c'è, e questo modo lo chiama “congettura”, cioè una “partecipazione” alla Verità, che mai potrà essere Verità, ma che è meglio di niente.

Dio, in effetti, non può che essere tutto e il contrario di tutto (e soprattutto contemporaneamente), per cui, tra l'altro, può essere conoscibile e inconoscibile, comprensibile e incomprensibile, tutto e niente (almeno questo è quello che si deduce dalla teoria che Cusano chiama “coincidenza degli opposti”, perché in Dio ogni contraddizione è superata, altimenti non sarebbe un dio). Dio si può intuire, ma comprendere il fatto che Egli sia allo stesso tempo il caldo e il freddo, il bene e il male, la luce e il buio è aldilà delle capacità di comprensioni umane, gli uomini sono vincolati da quella regola piuttosto ferrea che si chiama “principio di non contraddizione”, per cui una cosa non può essere allo stesso tempo una cosa e il suo contrario. Eppure, dice Cusano, noi intuiamo che Dio è somma perfezione, quindi un qualcosa di comprensibile c'è (poi, ovviamente, a noi piattole moderne e relativiste rimane il dubbio se questa qualità della perfezione divina sia reale o più che altro voluta da Cusano).

Applicazioni pratico-politiche. In effetti ci sarebbe pure un'applicazione pratica della coincidenza degli opposti, in fin dei conti Cristo è comunque Dio, per cui questa sua perfezione può venire utile agli uomini nella misura in cui diventa motivo di imitazione terrena (prendere a modello la figura umana di Cristo, ecc.). Cusano ci dice che l'uomo è il fine ultimo della Creazione, creato appositamente per riconoscerne il valore. Di più, l'uomo dovrebbe mediare tra le diverse istanze, tra le opposte tesi che dividono gli individui e li fanno litigare, in modo da favorire, con le proprie azioni, quell'accordo delle parti che accontenta tutti e che si risolve in un'imitazione terrena del concetto di coincidenza degli opposti. Praticamente Cusano precursore dello schema prodiano-veltroniano, "ma-anchista" ante litteram.

postato da formamentis alle ore 21:54 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


domenica, dicembre 16, 2007

PFD/23. Niccolò Cusano. Prima parte

(philosophy for dummies)

Niccolò Cusano (Nikolaus Chrypffs o Krebs) nacque nel 1401 a Cues, in Germania, non lontano da Treviri. Le cronache ci dicono che studiò diritto ad Heidelberg e matematica a Padova (dove si laureò), quindi a Costanza, dove si diede alla teologia. Partecipò al Concilio di Basilea, che aveva per scopo l'unificazione della chiesa latina con quella greca, a motivo di ciò fu mandato in Grecia, dove ritornò carico di testi neoplatonici e con una buona conoscenza della lingua (dal soggiorno trasse inoltre colorito bruno e idee per la sua dottrina filosofica). Fattosi prete nel 1426, nel 1448 divenne cardinale, quindi, nel 1450, fu nominato vescovo di Brixen (Bressanone), dove fece in tempo a farsi anche qualche anno di carcere in seguito a un contenzioso aperto con il duca del Tirolo, Sigismondo. Nel 1458, Pio II gli affiderà l'amministrazione degli Stati Pontifici, e morirà presso Todi nel 1464, in procinto di preparare una crociata promossa dal Papa contro i Turchi.

La Dotta Ignoranza: Dio sta all'uomo come la circonferenza al poligono. Rispolverando un antico adagio socratico, Cusano afferma “quanto meglio uno saprà che non si può sapere, tanto più sarà dotto.” Si stratta di una riflessione gnoseologica (che riguarda i modi della conoscenza) che trae origine dal tentativo di definire una proporzione tra il noto e l'ignoto. Cusano osserva come tutto ciò che si può conoscere lo si conosce proprio in ragione di una relazione che si può instaurare con il conoscibile e tuttalpiù sulla base del già conosciuto (e tante grazie).

La matematica, di cui Cusano è conoscitore, permette di squarciare i veli dell'inconosciuto perché i suoi principi sono direttamente correlati tra loro, secondo una stretta necessità. Ma le cose si fanno più sfuggenti quando si tratta di partire alla scoperta di un essere così lontano e sconosciuto come Dio. Si faccia l'esempio della circonferenza: essa può essere definita come il prodotto di un poligono dai lati infiniti, ma ben sappiamo come il concetto di “infinito” non possa mai dirsi “finito”. Iscrivendo in una circonferenza un poligono e aumentando sempre più il numero dei suoi lati, noi ci avvicineremo sempre più alla perfezione del cerchio, pur non arrivando mai a far coincidere esattamente il poligono con la circonferenza stessa.

Questo è il rapporto che intercorre tra essere umano finito ed essere divino infinito: la conoscenza dell'essere assoluto sfugge necessariamente alla limitatezza propria dell'essere finito, l'uomo non potrà mai dirsi vero conoscitore di alcun concetto assoluto (ed ecco qui la rispolverata di neoplatonismo antico riproposto in chiave rinascimentale). Ecco quindi che solo il dotto (il sapiente), proprio perché è dotto, si può dire sempre e comunque ignorante in rapporto alla Verità assoluta dell'essere divino come dei suoi principi.

(applicazione pratica: la sostanza divina è alterità assoluta rispetto a quella umana, sommo “altro”, per cui la Chiesa che intende rappresentarla in terra non può addurre alcun legame incontrovertibile con la sostanza divina, se non la volontà di credere in questo legame (cioè la fede). Ma messa così non solo Cusano diventerebbe un eretico, ma riaffermerebbe l'assoluta estraneità del metodo di fede rispetto a quello di ragione, e quindi vai a metterli d'accordo, se ci riesci. Per quello che San Tommaso non era un neoplatonico, essere neoplatonici significa non poter dimostrare razionalmente alcuna verità di fede, ma sia Tommaso che Cusano non ci dicono nulla di risolutivo su Dio che non sia quello su cui si è sempre discusso e si continuerà a discutere).

postato da formamentis alle ore 16:39 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: philosophy for dummies


giovedì, novembre 01, 2007

PFD/22. Niccolò Machiavelli

(philosophy for dummies)

Niccolò Machiav